Note 8 . John Locke: i limiti della ragione.

(1).  "Dopo  i  pericoli di una guerra durata dieci anni,  dopo  le
immense  fatiche  sul  mare,  piacque  finalmente  a  Minerva  aver
compassione  di Ulisse e ricondurlo salvo alla sua Penelope.  Nello
stesso  modo io, illustrissimo Signore, dopo aver militato gi  per
alcuni  anni sotto i vessilli della grammatica, dopo aver espugnato
l'omerica  Iliade,  cerco di raggiungere l'Universit  (quella  tua
Itaca)   e  desidero  ardentemente  di  accostarmi  alla  filosofia
(certamente  pi desiderabile di Penelope)" (The correspondance  of
John Locke, edited by E. S. De Beer, Clarendon Press, Oxford, 1976,
volume  primo, pagina 8, citato da M. Sina, Introduzione  a  Locke,
Laterza, Bari, 1982, pagina 3).

(2).   Da   una  lettera  al  padre  del  gennaio  1660,   in   The
correspondance of John Locke, citato, volume primo, pagina 137,  in
M. Sina, opera citata, pagina 8.

(3). La redazione di due Trattati sul magistrato, uno in inglese  e
uno  in latino, risale agli anni 1660-1662 e quella dei Saggi sulla
legge  di  natura al 1664. I primi sono stati pubblicati in  Italia
nel  1961  (J. Locke, Scritti editi ed inediti sulla tolleranza,  a
cura  di  C.  A. Viano, Taylor, Torino, 1961) e in Inghilterra  nel
1967 (J. Locke, Two Tracts on Government, ed. P. Abrams, University
Press,  Cambridge, 1967); i secondi in Inghilterra nel 1954 (Essays
on   the  Law  of  Nature.  The  Latin  text  with  a  Translation,
Introduction  and  Notes,  Together  with  Transcripts  of  Locke's
Shorthand  in his Journal for 1676, ed. by W. von Leyden, Clarendon
Press, Oxford, 1954) e in Italia nel 1961 (Scritti editi ed inediti
sulla  tolleranza, citato; un'altra traduzione italiana, a cura  di
M. Cristiani,  stata pubblicata da Laterza, Bari, 1973).

(4).  Si tratta dei gi ricordati  Trattati sul magistrato e  Saggi
sulla  legge  di natura e di un  Saggio sulla tolleranza,  composto
nel  1667.  Con  il  termine "magistrato"  ai  tempi  di  Locke  si
definisce chiunque abbia responsabilit di governo.

(5).  Apparso in Francia nel 1688, nella "Bibliothque  Universelle
et Historique" con il lunghissimo titolo Extrait d'un Livre Anglais
qui   n'est   pas  encore  publi,  intitul  "Essai  philosophique
concernant  l'Entendement", o l'on montre quelle est l'tendue  de
nos connaissances certaines, et la manire dont nous y parvenons.

(6).  L'Epistola de tolerantia appare a Gouda, in Olanda, nel 1689;
alla  fine  dello  stesso  anno, ma con la  data  del  1690,  Locke
pubblica a Londra il Saggio sull'intelletto umano.

(7). J. Locke, Saggio sull'intelletto umano, Epistola al lettore, a
cura  di  C.  A. Viano, in G. A. F., volume tredicesimo, Marzorati,
Milano, 1968, pagina 626.

(8).  Secondo la testimonianza di James Tyrrel, uno degli amici  di
Locke  che  partecipavano  a quelle discussioni,  si  trattava  dei
"princpi  della morale e della religione rivelata".  Confronta  M.
Sina, opera citata, pagina 38.

(9). Vedi, capitolo Cinque, n. 74.

(10).  Vedi volume primo, capitolo Due, 4, pagina 35; e, in  questo
volume, capitolo Cinque, 2, pagina 122.

(11). "Se un domestico pigro e capriccioso, che non ha compiuto  il
lavoro che doveva fare al lume di candela, si lamenta che non aveva
a  disposizione  la luce aperta del Sole, questo non  sar  ammesso
come una scusa per la sua trascuratezza. La candela che  accesa in
noi  fa  luce abbastanza per tutti i nostri propositi"  (J.  Locke,
Saggio sull'intelletto, citato, pagina 626).

(12).   Nella   Condotta  dell'intelletto  (On   the   Conduct   of
Understanding),  composta  nel 1697 come  integrazione  del  Saggio
sull'intelletto ma pubblicata solo dopo la sua morte, Locke scrive:
"Questa  ,  a mio avviso, l'arte della disputa: usa nel  modo  pi
capzioso possibile le tue parole, se proponi un argomento;  applica
pi  distinzioni  che  puoi ad ogni termine, se  ti  vuoi  opporre,
mettendo  alle strette il tuo avversario. Cos alcuni uomini  hanno
creduto che tutta l'intelligenza consista in questa sorta di sapere
che non pone limiti alle distinzioni, e cos in tutto ci che hanno
letto  e  pensato  hanno  cercato soltanto  di  divertirsi  con  le
distinzioni  e  di moltiplicare quanto fosse possibile,  certamente
pi  di  quanto la natura delle cose lo richiedesse" (in J.  Locke,
Scritti filosofici e religiosi, a cura di M. Sina, Rusconi, Milano,
1979,  pagina 743). Jean Le Clerc, amico di Locke, nel  suo  Elogio
del  defunto Signor Locke ricorda: "Mi confid pure di  aver  perso
molto tempo all'inizio dei suoi studi perch a quei tempi ad Oxford
non si conosceva che un peripatetismo impacciato da parole oscure e
da  ricerche  inutili" (J. Locke, Scritti filosofici  e  religiosi,
citato, pagina 114). Entrambi questi passi sono riportati anche  da
M.  Sina, opera citata, pagine 4-5. Nella gi ricordata Epistola al
lettore, la premessa al Saggio sull'intelletto aveva assegnato alla
filosofia il compito di smascherare la vanit e l'ignoranza che  si
nascondono  dietro le parole difficili: "Modi di  pensare  vaghi  e
insignificanti e abuso di linguaggio per troppo tempo sono  passati
come  misteri  di  scienza;  e  parole  difficili  e  applicate   a
sproposito,  con  poco o nessun significato,  hanno  ottenuto,  per
prescrizione, il diritto di essere scambiate per cultura profonda e
altezza  di  speculazione, al punto che non sar facile  persuadere
quelli  che  parlano o quelli che li ascoltano, che  quelle  parole
sono  soltanto  la  copertura dell'ignoranza e l'impedimento  della
vera  conoscenza.  Aprire  un varco nel santuario  della  vanit  e
dell'ignoranza sar, suppongo, rendere un servizio all'intelligenza
umana,  sebbene siano cos pochi quelli che sono disposti a pensare
che  essi  ingannano o sono ingannati nell'uso  delle  parole"  (J.
Locke, Saggio sull'intelletto umano, citato, pagina 628).

(13). Ivi, pagina 631.

(14). Confronta ivi, pagina 630.

(15). Ivi, primo, primo, pagina 632.

(16). Ibidem.

(17). Ibidem.

(18). Confronta ivi, pagine 632-633.

(19). Ivi, secondo, primo,  pagina 635.

(20). Confronta ibidem.

(21). Ibidem.

(22). Confronta ibidem.

(23). Ivi, secondo, ventitreesimo, pagina 641.

(24).  "Quando  parliamo  di  una particolare  specie  di  sostanze
corporee,  come  cavallo, pietra, eccetera,  o  pensiamo  ad  esse,
sebbene  l'idea  che  abbiamo  di  una  di  esse  sia  soltanto  la
mescolanza  o collezione di idee semplici [il corsivo  nostro]  di
qualit  sensibili  che di solito troviamo  unite  nella  cosa  che
chiamiamo cavallo o pietra, tuttavia, poich non possiamo concepire
come  esse sussistano sole, senza essere in qualche altra cosa  [il
corsivo   di Locke], supponiamo che esistano in un comune soggetto
e siano sorrette da esso" (ibidem).

(25). Ibidem.

(26). Ibidem.

(27). Ivi, pagina 642.

(28). Ibidem.

(29).  Vedi  il  paragrafo su Guglielmo di  Ockham,  volume  primo,
capitolo  Undici,  5, pagine 246-249. I testi  di  Ockham  venivano
letti nelle universit ancora ai tempi di Locke.

(30).  J. Locke, Saggio sull'intelletto umano, terzo, nono, citato,
pagina 646.

(31). Ibidem.

(32). Ibidem.

(33). Confronta ivi, pagina 647.

(34). Vedi capitolo Sette, 1, pagina 157.

(35).  J.  Locke,  Saggio  sull'intelletto umano,  quarto,  quarto,
citato, pagina 651.

(36). "Non dubito che mi sar facilmente concesso che la conoscenza
che abbiamo delle verit matematiche  non soltanto certa, ma anche
reale,  e  non    una semplice visione vuota  di  chimere  vane  e
insignificanti del nostro cervello; e tuttavia, se consideriamo  la
cosa,  troviamo  che la matematica  conoscenza delle  sole  nostre
idee" (ibidem).

(37). Ibidem.

(38). Ivi, quarto, primo, pagina 647.

(39). Confronta ivi, pagina 648.

(40).  "Questo    ci  che di solito chiamiamo  conoscenza,  ossia
essere  certi  della verit di una proposizione" (J. Locke,  Saggio
sull'intelletto umano, quarto, quinto, citato, pagina 653).

(41). Confronta ibidem.

(42). Ivi, pagina 652.

(43). Confronta ibidem.

(44).  Si  ricordi  l'argomento hobbesiano dell'annichilimento  del
mondo. Vedi capitolo Sette, 1, pagina 156.

(45).  J.  Locke, Saggio sull'intelletto umano, quarto, undicesimo,
pagina 656.

(46). "L'esperienza, perci, ci convince che abbiamo una conoscenza
intuitiva della nostra esistenza propria, e una percezione  interna
infallibile del fatto che esistiamo" (ivi, pagina 655).

(47). Confronta ivi, quarto, quattordicesimo, pagine 656-657.

(48).  "Quando  lo  spirito non pu portare le proprie  idee  l'una
vicino all'altra, in modo da percepire il loro accordo o disaccordo
attraverso  la loro comparazione immediata [...] deve accontentarsi
di   scoprire   l'accordo  o  il  disaccordo  che  cerca   mediante
l'intervento di altre idee, una o pi, come capita; e questo   ci
che chiamiamo ragionare. Le idee che intervengono, e che servono  a
mostrare  l'accordo  di  due altre idee  qualsiasi,  sono  chiamate
prove;  e  quando  l'accordo e il disaccordo  sono  chiaramente  ed
evidentemente percepiti in base a questi mezzi, si dice che c' una
dimostrazione" (ivi, quarto, secondo, pagina 648).

(49).  "Non ho mai sentito parlare di nessuno cos irragionevole  o
che  potesse  supporre una contraddizione cos  manifesta  come  un
tempo  nel quale non ci fosse assolutamente nulla. Perch questa  
la  pi grande di tutte le assurdit, immaginare che il puro nulla,
la  perfetta  negazione e assenza di tutte le  cose  producano  mai
qualche  esistenza  reale. Se, allora, ci deve essere  qualcosa  di
eterno,  vediamo  quale specie di essere deve essere.  E  a  questo
riguardo   assolutamente ovvio ragionare che debba necessariamente
essere un essere pensante. Infatti pensare che una semplice materia
non  pensante produca un essere pensante intelligente  altrettanto
impossibile  quanto pensare che il nulla produca da  se  stesso  la
materia" (ivi, quarto, decimo, pagina 655).

(50). Ivi, quarto, diciassettesimo, pagina 659.

(51). La critica della ragione avr la sua massima espressione  nel
pensiero di Immanuel Kant (1724-1804).

(52).  Come abbiamo gi visto, i Trattati sul magistrato e i  Saggi
sulla   legge  naturale,  scritti  negli  anni  Sessanta,  rimasero
inediti.

(53). Confronta M. Sina, opera citata, pagine 26-27.

(54).  La  riflessione e l'approfondimento continuer  praticamente
fino  alla morte di Locke, visto che la quarta edizione del Saggio,
con aggiunte,  del 1700.

(55). J. Locke, Due trattati sul governo, secondo, 4, in G. A.  F.,
citato, pagina 611. Il corsivo  nostro.

(56). J. Locke, Prefazione a Due trattati sul governo, citato da M.
Sina, opera citata, pagina 38. Il corsivo  nostro.

(57).  J.  Locke,  Due  trattati sul governo, secondo,  6,  citato,
pagina 612.

(58). Confronta ivi, paragrafi 16-17, citato, pagine 612-613.

(59).  "Perci ho ragione di concludere che chi volesse pormi sotto
il  proprio potere senza il mio consenso, vorrebbe usarmi come  gli
piace, una volta che  riuscito a ridurmi in suo potere, e vorrebbe
magari  distruggermi, se gli venisse in mente di farlo:  e  infatti
nessuno  pu desiderare di avermi nel proprio assoluto  potere,  se
non  per  costringermi con la forza a ci che  contro  il  diritto
della  mia  libert, cio se non per fare di me uno schiavo.  [...]
Perci  chi tenta di ridurmi in schiavit, con ci stesso  si  pone
nello stato di guerra nei miei confronti. Chi nello stato di natura
vorrebbe  togliere  la  liber che in  quello  stato  appartiene  a
chiunque,  deve  necessariamente essere considerato  come  uno  che
progetta di strappare ogni altra cosa, poich quella libert    il
fondamento di tutto il resto" (ibidem).

(60).  J. Locke, Saggi sulla legge naturale, terzo, Laterza,  Bari,
1973, pagina 23.

(61). Ibidem.

(62). Ivi, quarto, pagina 31.

(63). Ivi, pagina 32.

(64). Confronta ivi, primo, pagina 3.

(65).  J.  Locke,  Due trattati sul governo, secondo,  87,  citato,
pagina 619.

(66). Ibidem. Il corsivo  nostro.

(67). Ibidem.

(68). Ivi, paragrafo 95, citato, pagina 620.

(69). Confronta ibidem.

(70). Confronta ivi, paragrafo 131, citato pagina 621.

(71). Confronta ivi, paragrafi 134-138, citato, pagine 622 -623.

(72). Confronta J. Locke, Saggio sulla tolleranza (Essay concerning
Toleration)  (1667),  in J. Locke, Scritti editi  e  inediti  sulla
tolleranza, a cura di C. A. Viano, Taylor, Torino, 1961, pagine 20-
22.  Lo stesso saggio  tradotto anche in Scritti sulla tolleranza,
a   cura  di  D.  Marconi,  UTET,  Torino,  1977;  di  quest'ultima
traduzione confronta pagine 92-93.

(73). Confronta ibidem.

(74). Ibidem.

(75). W. Popple, Al lettore, in J. Locke, Lettera sulla tolleranza,
a cura di A. Sabetti, La Nuova Italia, Firenze, 1981, pagina 88. Si
tratta  della  prefazione  alla traduzione  inglese,  curata  dallo
stesso   Popple,   della   Epistola  de   tolerantia,   pubblicata,
all'insaputa  di  Locke,  lo  stesso anno  dell'edizione  di  Gouda
(1689).

(76). J. Locke, Lettera sulla tolleranza, citato, pagina 7.

(77). Ivi, pagina 10.

(78).  "L'autorit civile, infatti, non pu dare alla Chiesa nessun
nuovo diritto, n questa a quella" (ivi, pagina 21).

(79).  Locke  usa  come esempio l'eventualit che a  Costantinopoli
abbiano sede due Chiese in conflitto tra loro.

(80). J. Locke, Lettera sulla tolleranza, citato, pagine 22-23.

(81). Ivi, pagina 25.

(82). Ivi, pagina 66.

(83). Ibidem.

(84). Ivi, pagina 68.

(85). "Penso di poter affermare che nove su dieci, anzi novantanove
su  cento degli uomini che ho incontrato, sono quel che sono, buoni
o   cattivi,   utili  o  no,  secondo  l'educazione  ricevuta.   E'
l'educazione che produce le grandi differenze che ci sono  tra  gli
uomini"  (Some Thoughts concerning Education, paragrafo  1).  Dello
scritto  pedagogico di Locke esiste una traduzione italiana  di  T.
Marchesi  (Pensieri  sull'educazione,  La  Nuova  Italia,  Firenze,
1942).  Per le citazioni e per l'intera stesura di questo paragrafo
abbiamo fatto riferimento a M. Sina, opera citata, pagine 108-112.

(86). J. Locke, Some Thoughts concerning Education, paragrafo 3.

(87). Confronta ivi, paragrafo 31.

(88). Si pu ricorrere alla punizione in casi del tutto eccezionali
e  di  fronte al fallimento di altre soluzioni: "Come  ho  detto  e
ripetuto, le frustate sono il peggiore e l'ultimo rimedio da usarsi
per  la  correzione dei fanciulli, e soltanto in  caso  di  estrema
necessit,   dopo   che  tutti  i  modi  persuasivi   siano   stati
sperimentati e si siano mostrati inefficaci" (ivi, paragrafo 84).

(89). Ivi, paragrafo 81.

(90). Confronta ivi, paragrafo 148.

(91). Vedi capitolo Tredici, 1, pagine 355-356.
